World Congress

for freedom of scientific research

Carl Djerassi: Can research be forbidden

02/06/2006

Lecturer/Position/Organization: Carl Djerassi, Professor of Chemistry emeritus, Stanford University
Session/Theme: Science/Society and Politics
Title of the presentation: Can research be forbidden

The answer to the question posed in my title is a categorical “No!�? It would be equivalent to prohibiting human curiosity, which is patently impossible, because in the final analysis, it is human curiosity that drives research. But if the question is revised to “should some research be forbidden?�? then one immediately enters murky waters.

First of all, consensus needs to be reached on the kind of research one might consider forbidding. “Basic research�? clearly cannot be forbidden, because by definition one does not know what there is to forbid as the answers are not known. One could not very well have forbidden research on atomic fission by Meitner and Hahn, because neither scientist knew a priori that this was what they were studying. The more applied the research—in other words, the more we know about the possible outcome and the closer we reach the transition from science to technology and its applications to society—the easier it is to create horror scenarios that might persuade some country or a segment of society to call for prohibition of such research. Ignoring for a moment religious reasons, which are particularly relevant to debates about stem cell research, I plan to address a more fundamental point: the fear that a new technology will alter the cultural or behavioural norms of society in a negative way. I shall argue that we usually ignore the reverse possibility: that at times societal changes demand that a technology be developed or that attitudinal revolutions, such as the role of women in modern society, create a window of opportunity for some scientific or technological developments to be rapidly accepted.

I shall start with the example of the oral contraceptive Pill, which generally is blamed or credited (depending on one’s viewpoint) for the “sexual revolution�? of the 1960s and 1970s. But how about reversing the argument and asking whether it was not the rise of four socio-cultural movements in the 1960s—the rock and roll music scene, the hippie culture, the drug culture, and most importantly the take off of the feminist movement—which all had one feature in common: a loosening of sexual mores that until then were mostly enforced by the fear of pregnancy rather than by rational arguments. Of course, the Pill facilitated that move, but did it cause it? I shall conclude my presentation by considering the areas of research that fundamentalists—notably in the USA—wish to ban as they face a much more basic social problem: “sex in an age of mechanical reproduction.�?

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SI PUÒ VIETARE LA RICERCA?

Carl Djerassi
Professore Emerito di Chimica Università di Stanford
Sessione: Scienza, società e politica
Titolo: “Si può vietare la ricerca?�?

La risposta alla domanda formulata nel titolo è categorica: “No!�?. Sarebbe come proibire la curiosità, cosa manifestamente impossibile, perché in ultima analisi è proprio la curiosità umana a guidare la ricerca. Modificando però la domanda in “Dovremmo proibire un certo tipo di ricerca?�?, allora si entra immediatamente in un campo minato.

Innanzitutto, dobbiamo accordarci su quale tipo di ricerca eventualmente proibire. La “ricerca di base�? ovviamente non può essere vietata, perché per definizione non si può vietare qualcosa che non si conosce. Sarebbe stato difficile per esempio proibire la ricerca sulla fissione nucleare di Meitner e Hahn, dato che nessuno dei due sapeva a priori che quello studio avrebbe prodotto quel risultato. In altre parole, più si ricerca – ovvero, più cose conosciamo del possibile risultato e più ci avviciniamo alla transizione da scienza a tecnologia con la loro applicazione nella società – più è facile creare scenari terrificanti capaci di indurre paesi, o segmenti di società, a invocare la proibizione di una certa ricerca. Lasciando da parte per un momento le motivazioni religiose, che sono di particolare rilievo nel dibattito sulla ricerca sulle cellule staminali, vorrei affrontare un punto più centrale: il timore che una nuova tecnologia possa alterare in senso negativo i codici culturali o comportamentali di una società. Io sostengo che solitamente ignoriamo la possibilità opposta: che in certi momenti i cambiamenti sociali richiedono che la tecnologia sia sviluppata o che certe rivoluzioni attitudinali, come il ruolo delle donne nelle società, creino una finestra di opportunità per sviluppi scientifici o tecnologici perché siano rapidamente accettati.

Inizierò con l’esempio della pillola contraccettiva, accusata o ritenuta generalmente (dipende dai vari punti di vista) responsabile della “rivoluzione sessuale�? degli anni ’60 e ’70. Proviamo a capovolgere l’argomento e chiediamoci se non si è trattato piuttosto della nascita di quattro movimenti socio-culturali negli anni ’60 – il mondo del rock and roll, la cultura hippie, quella della droga e soprattutto l’affermazione del movimento femminista – tutti con un elemento in comune: la dismissione di abitudini sessuali che fino a quel momento erano sorretti dal timore della gravidanza piuttosto che da argomenti razionali. Certamente, la pillola ha agevolato questo cambiamento, ma ne è stata la causa? Infine, chiuderò il mio intervento esaminando le aree di ricerca che i fondamentalisti – specialmente negli Stati Uniti – vogliono vietare ora che devono confrontarsi con un’altra questione sociale molto più centrale: “il sesso in un’era di riproduzione meccanica.�?

Carl Djerassi

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